Prima di usare l’AI nella progettazione bisogna stabilire la policy interna, i criteri, il linguaggio, gli obiettivi. Solo allora si comincia a lavorare.
Come si lavora nell’era dell’AI generativa?
La base dati è il punto di partenza e guida un approccio fondamentalmente analitico, che comporta anche una selezione dei clienti. È impossibile per noi lavorare senza avere un set di dati e risposte a disposizione. Questo segna la fine dell’era in cui il cliente ti affida un’area e chiede di inserirci 300 appartamenti senza ulteriori dettagli.
Oggi abbiamo bisogno di informazioni molto più profonde. Il processo inizia con un’analisi approfondita dello stato dell’arte del territorio che si intende trasformare. Successivamente, si ragiona sulle varie opzioni, fase che è fortemente influenzata dagli algoritmi, i quali devono essere valutati in base ai parametri specifici, cosa che non può essere fatta manualmente per motivi di tempo e risorse. Pertanto, si ricorre all’intelligenza artificiale.
Non esiste un’idea predefinita del progetto e l’architettura viene sviluppata solo successivamente.
Come studio vi siete posti dei limiti o dei discrimini nell’uso dell’AI?
La policy dello studio è che nulla prodotto da un algoritmo è vendibile. Nell’ambito del processo di progettazione, nulla è statico; questa è una lezione che abbiamo appreso lavorando con il BIM. Pertanto, nulla è considerato definitivo fino a quando non viene “cristallizzato” e, soprattutto, quando diventa operativo.
Dove sta già incidendo l’AI?
Credo che il linguaggio giochi un ruolo cruciale. Le AI sono progettate e funzionano principalmente in inglese, o meglio, in americano. Questa sarà la lingua dominante nella comunicazione tra esseri umani e macchine, mentre dall’altra parte del mondo il cinese avrà un ruolo altrettanto significativo. Le nostre culture arcaiche continueranno a servirci per leggere i classici, ma questo sarà il limite della loro applicabilità. Sarà fondamentale disciplinare il nostro modo di comunicare con le macchine, perché saranno le macchine a influenzare il nostro linguaggio.
Col tempo, man mano che perfezioneremo il nostro modo di interfacciarci con gli algoritmi, i nostri dati diventeranno sempre meno “umani” e sempre più conformi al modo di pensare della macchina, che si basa su calcoli probabilistici piuttosto che su veri e propri pensieri. Pertanto, il nostro linguaggio dovrà essere il più pulito possibile. Dovremo mantenere una chiara distinzione tra la gestione dell’informazione, che è propria delle macchine, e la creazione di contenuti, che è il nostro compito.
Qual è il vostro approccio all’uso dell’AI?
Il nostro studio si occupa di progettazione su tutte le scale, dal product design alla pianificazione urbana. È fondamentale avere competenze approfondite su ogni livello del progetto. Per utilizzare l’intelligenza artificiale, la prima cosa da fare è allinearsi agli obiettivi. È essenziale costruire un sistema, un mondo di parametri che definisca un perimetro chiaro.
Sperimentare con una semplice richiesta su un algoritmo può essere interessante, ma è anche rischioso se non si è allineati con gli scopi della macchina. Prima bisogna stabilire la policy, definire i criteri e il linguaggio, e allineare gli obiettivi. Solo dopo aver compiuto questi passaggi si può iniziare a lavorare efficacemente con l’AI.
Con queste premesse come funziona lo studio, come cresce?
Lo studio cresce perché studiamo tutti, leggiamo libri, facciamo riunioni, acquisiamo competenze scientifiche e non solo tecniche. Su questo problema ci apriamo a platee diverse, incontriamo persone. Bisogna studiare!












































































